Il comportamento estetico, considerato nella sua dimensione biosemiotica, non esaurisce la descrizione del sé come processo semiotico. Nel caso dell’essere umano, esso si trasforma progressivamente nella capacità di riconoscere il valore come qualità sentita e intelligibile. È in questo passaggio che si colloca il ruolo del sentimento e, più precisamente, ciò che Peirce definisce philosophical sentimentalism.
Il testo distingue implicitamente tra una semiosi puramente reattiva e una semiosi capace di autonomia. L’essere umano non si limita a reagire all’ambiente, ma diventa un produttore di segni convenzionali, dotato di riflessività e autocontrollo. In questo senso, l’estetica non è più soltanto una modalità di comportamento, ma una dimensione del pensiero. Il sé viene così descritto come semiotic agency, ossia come un centro di attività segnica che agisce sia sul piano pratico sia su quello teorico.
Cornelis de Waal chiarisce questo passaggio osservando che «ci appropriamo di qualcosa rendendolo nostro; in questo processo le cose si rivelano come degne di essere appropriate. Esse acquisiscono valore, e ciò ci conduce naturalmente all’estetica» [traduzione nostra]. Il valore emerge dunque dall’interazione tra il sé e il mondo, non come proprietà astratta, ma come esito di un processo di appropriazione che implica responsabilità e potere.
In questa prospettiva, il sé è concepito come enduring agency: non una sostanza fissa, ma una continuità di abitudini che si sviluppano nel tempo. Il testo insiste sul fatto che il sé possiede capacità fondamentali che rendono possibile la crescita della semiosi: la capacità di sentire, la capacità di agire e la capacità di acquisire o modificare abitudini. Queste capacità non sono riducibili né al corpo né alla mente isolata, ma si manifestano nel funzionamento complessivo del processo semiotico.
È in questo contesto che Peirce introduce il concetto di philosophical sentimentalism, che non va inteso come opposizione alla razionalità. Il sentimentalismo indica piuttosto una relazione dinamica tra sentimento e ragione. Peirce sostiene che «i sentimenti e la ragione crescono nello stesso modo, attraverso l’esperienza» [traduzione nostra], e che le parti più profonde dell’anima possono essere raggiunte solo attraverso il contatto con il mondo esterno. Il sentimento non precede semplicemente la ragione, ma coopera con essa nello sviluppo del sé.
Il philosophical sentimentalism descrive dunque una forma di orientamento pratico alla vita morale. John K. Sheriff osserva che esso costituisce una modalità concreta delle scienze normative: «senza alcun ragionamento teorico su estetica, etica o logica, chi attribuisce supremazia ai sentimenti è capace di bontà morale» [traduzione nostra]. Il sentimentalismo opera come una guida alla condotta fondata su abitudini sedimentate dall’esperienza individuale e collettiva.
Un esempio ricorrente nel testo è quello del tabù dell’incesto, che Peirce definisce «un’induzione istintiva o sentimentale che riassume l’esperienza dell’intera specie» [traduzione nostra]. Dal punto di vista teorico, tale regola non è infallibile; dal punto di vista pratico, tuttavia, essa funziona come una guida affidabile alla condotta. Questo scarto mette in luce la differenza tra validità teorica e validità pratica, e mostra come il sentimentalismo operi primariamente nella sfera dell’azione.
Il testo distingue così tra una moralità fondata su tradizioni e convenzioni e una moralità orientata alla generalità e alla continuità proprie della Terzità. James Liszka sottolinea che il sentimentalismo conservatore è insieme descrittivo e prescrittivo: descrive il modo in cui i valori operano nella vita concreta e, al tempo stesso, orienta la condotta. In questa dinamica, il sé come autonomous agency non è vincolato rigidamente alle abitudini, ma è capace di riflettere su di esse e, se necessario, di trasformarle.
Il sentimento diventa così il luogo di incontro tra valore estetico e valore morale. I percetti, che Peirce considera i dati iniziali del pensiero, sono costituiti da tre elementi: qualità del sentimento, reazione alla volontà e capacità di generalizzazione. Il sentimento è dunque già inserito in una struttura triadica che rende possibile l’intelligibilità e l’azione etica.
Attraverso la semiotic agency, i sentimenti possono essere generalizzati e condivisi, trasformandosi in sentimenti sociali. Questo processo è coerente con una visione sinechistica del sé, secondo cui l’identità non è una separazione netta, ma una continuità tra sé e altri. Peirce afferma che «i nostri vicini sono, in una certa misura, noi stessi» [traduzione nostra], indicando una concezione del sé che si estende oltre i confini individuali.
Il ruolo del sentimento non consiste dunque nel fondare una soggettività chiusa, ma nel rendere possibile una teleologia dello sviluppo del sé, in cui il valore estetico funge da condizione di intelligibilità per l’etica. In questo senso, il philosophical sentimentalism non rappresenta una rinuncia alla razionalità, ma una forma di mediazione tra istinto e ragione, capace di orientare la condotta senza separarla dall’esperienza vissuta.
Fonte: Yunhee Lee, The role of sentiment, aesthetic behavior, and narrative semiosis in the identification of selfhood from Peirce’s semiotic perspective, Semiotica, 2025.
