La classificazione più tradizionale dei segni si fonda sul modo in cui si struttura la relazione segnica. Essa distingue tra segni iconici, indicali e simbolici, a seconda che il representamen sia simile all’oggetto, in connessione fisica con esso, oppure legato da una relazione arbitraria. I segni iconici rientrano nel primo caso: un segno iconico deve la sua capacità di significare al fatto che l’espressione è sotto un certo aspetto simile al proprio contenuto.
Questa definizione, apparentemente intuitiva, solleva immediatamente una questione decisiva: che cosa significa, esattamente, affermare che un segno è simile al proprio oggetto? Anche nelle formulazioni più elementari, come quella geometrica che definisce la similitudine come uguaglianza salvo la dimensione, la somiglianza implica una scelta convenzionale. Trascurare la differenza di scala non è un dato naturale, ma una decisione condivisa all’interno di una pratica sociale.
Il problema emerge con maggiore evidenza quando si considerano esempi come il ritratto. Il soggetto rappresentato è tridimensionale e in movimento, mentre il ritratto è bidimensionale e statico. Riconoscere la somiglianza significa allora accettare di trascurare non solo la dimensione, ma anche la profondità e il movimento. La relazione iconica non si fonda dunque su una riproduzione totale, ma su una selezione di tratti considerati pertinenti.
La caricatura rende ancora più esplicito questo meccanismo. I tratti del volto vengono accentuati e deformati, e tuttavia il personaggio resta riconoscibile. Il riconoscimento non dipende da una somiglianza “naturale”, ma da un insieme di abitudini interpretative e di convenzioni condivise. Come osserva Volli, senza una conoscenza preliminare dello stile del caricaturista o senza una sedimentazione culturale di certi tratti enfatizzati, il giudizio di somiglianza sarebbe assai meno immediato.
Da ciò deriva una conseguenza teorica rilevante: la relazione iconica è sempre accompagnata da una componente convenzionale. Grafici, tabelle, onomatopee e metafore, comunemente considerati segni iconici, richiedono addestramento e competenze specifiche per essere riconosciuti come tali. La similarità non è mai assoluta, se non nei casi limite dei doppi e delle repliche.
Per questo motivo, “a rigore non si può dire che esistano segni davvero iconici come tali”. Esistono piuttosto segni complessi nei quali l’aspetto iconico è predominante. Per designarli in modo più preciso, si ricorre al termine di ipoicone, proposto da Umberto Eco.
Fonte: Ugo Volli, Manuale di semiotica, Roma-Bari, Laterza, 2000.
