Vi sono oggetti, pratiche, situazioni, soggetti o dispositivi che, sottoposti all’analisi, non entrano o entrano male nei modelli disponibili. Non perché siano eccentrici o marginali, ma perché presentano un tratto comune: non “obbediscono” a ciò che ci si aspetta da essi. È a partire da questa resistenza che si apre uno dei problemi teorici più fecondi per la semiotica contemporanea.
Il punto non è l’eterogeneità dei fenomeni osservati, ma il loro carattere récalcitrant. Essi non si lasciano ricondurre senza residui a schemi già stabiliti. Di fronte a casi di questo tipo, la posta in gioco non è l’aggiustamento dell’oggetto al modello, bensì il contrario. Come viene affermato con chiarezza, quando l’analisi incontra elementi che non rientrano nel quadro teorico, «ce sont les modèles (et non la matière à modéliser) qu’on peut et donc qu’il faut changer».
È in questo scarto che prende forma l’idea di complessificazione. Non si tratta di una generica attenzione alla complessità come qualità intrinseca degli oggetti di conoscenza – tema che attraversa l’insieme delle scienze umane e sociali – bensì di una procedura euristica. Complessificare significa intervenire sui modelli, rielaborarli, articolare più finemente una problematica già esistente, con l’obiettivo di renderla concettualmente più efficace.
In questo senso, la complessificazione non equivale a “rendere complesso qualcosa di semplice”. Al contrario, essa riguarda modelli che sono già complessi, e che tuttavia mostrano, nel confronto con certi oggetti, i propri limiti. L’operazione richiesta è allora un lavoro di revisione, di emendamento, talvolta di integrazione, che consenta di dare conto di ciò che resiste.
Gli elementi recalcitranti possono assumere forme molto diverse: soggetti o oggetti, situazioni o pratiche, dinamiche sociali o dispositivi istituzionali. Ciò che li accomuna è il fatto di costringere l’analisi a interrogarsi sui propri strumenti. Essi «obligent par conséquent à réexaminer, amender ou compléter, à “complexifier” les procédures d’analyse ou les schémas théoriques établis». La recalcitranza non è dunque un difetto dell’oggetto, ma una risorsa critica per la teoria.
In questa prospettiva, la complessificazione assume un valore eminentemente epistemologico. Essa non introduce disordine, né indebolisce la formalizzazione. Al contrario, mira a rafforzarla, affinando le categorie, rendendo più precise le distinzioni, aumentando la capacità descrittiva del modello. È un gesto teorico che prende sul serio la resistenza del reale, senza rinunciare all’esigenza di rigore.
La recalcitranza diventa così un criterio di pertinenza. Non segnala ciò che va escluso dall’analisi, ma ciò che merita un’attenzione raddoppiata. Laddove l’oggetto “non obbedisce”, la semiotica è chiamata non a semplificare, ma a ripensare le proprie procedure, assumendo la complessificazione come condizione stessa del progresso teorico.
Riferimento bibliografico: Eric Landowski, Complexifications interactionnelles, in Acta Semiotica, 2, 2021, Miscellanées : Une sémiotique en mouvement.
