I galatei e i manuali di buone maniere non si limitano a prescrivere regole di comportamento, ma contribuiscono a definire i confini entro cui un individuo può essere riconosciuto come pienamente integrato nella società. In questa prospettiva, essi non rappresentano soltanto strumenti normativi, ma veri e propri dispositivi culturali che rendono visibili le logiche morali e sociali di un’epoca.
All’interno di questo quadro, anche la dimensione sensoriale entra progressivamente nel campo della regolazione. L’olfatto, a lungo marginalizzato nella tradizione occidentale, viene infatti acquisito come oggetto di riflessione disciplinare, “dall’antropologia alla semiotica”, e inserito in un sistema più ampio di pratiche e discorsi che ne determinano il significato sociale.
In questa prospettiva, odori e profumi non si configurano come semplici fenomeni sensoriali, ma come “segni morali e sociali”. L’esperienza olfattiva assume così una funzione di classificazione: distingue ciò che è accettabile da ciò che è stigmatizzato, ciò che rientra nei codici della convivenza da ciò che li infrange.
Il profumo stesso viene progressivamente codificato come un vero e proprio linguaggio. Non si tratta di un uso libero e individuale, ma di un sistema regolato, in cui le fragranze si distribuiscono secondo criteri precisi, come nel caso della loro differenziazione di genere. In questo senso, il profumo appare come un “linguaggio” che traduce in forma sensoriale distinzioni sociali e culturali.
Questa dimensione linguistica si intreccia con il ruolo dell’olfatto nelle interazioni sociali. Come osserva Georg Simmel, l’olfatto non è un senso neutro, ma un “senso dissociativo”, capace di generare repulsione ed esclusione. L’odore corporeo dell’altro non viene percepito come un dato oggettivo, ma interviene direttamente nella valutazione sociale, orientando immediatamente simpatia o avversione.
In questo modo, l’olfatto si configura come un mediatore culturale denso di significati. Esso partecipa alla costruzione delle relazioni sociali e contribuisce a definire i confini tra inclusione ed esclusione. La sua dimensione immediata e difficilmente verbalizzabile non ne riduce la portata, ma ne rafforza l’efficacia come strumento di giudizio.
Il legame tra odore e norma diventa così evidente. La regolazione degli odori corporei e sociali procede parallelamente alla codificazione delle buone maniere, dando luogo a un sistema in cui il sensoriale e il morale risultano strettamente intrecciati. L’olfatto non è più soltanto percezione, ma diventa criterio di valutazione e principio di distinzione.
È in questo contesto che emerge la nozione di maleducazione olfattiva. Essa non si limita a indicare la presenza di cattivi odori, ma designa una violazione dei codici sociali che regolano la convivenza. L’eccesso sensoriale diventa trasgressione, e l’odore si trasforma in segno visibile — o meglio percepibile — di una mancanza di conformità alle norme.
L’olfatto si rivela così uno degli strumenti attraverso cui la società esercita una forma di regolazione profonda. Attraverso di esso, l’ordine morale viene tradotto in esperienza sensoriale, e il corpo diventa il luogo in cui si inscrivono, si manifestano e si rendono percepibili le norme della convivenza.
Riferimento bibliografico: Samuele Briatore, Maleducazione olfattiva. Una storia di odori, galatei e profumi, E|C Rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, 2025.
