La semiotica elaborata da Charles Sanders Peirce nasce con un’ambizione che la distingue profondamente dalla tradizione della semiologia linguistica. Non si tratta, in primo luogo, di una teoria del linguaggio, ma di una teoria generale dei segni, capace di rendere conto di tutti i fenomeni di semiosi. Michael L. Raposa insiste su questo punto per mostrare come la prospettiva peirceiana conduca a riconsiderare una distinzione che ha dominato gran parte del pensiero moderno: quella tra natura e cultura.
Già nella tradizione agostiniana era stata riconosciuta la distinzione tra segni naturali e segni convenzionali. Tuttavia Peirce porta questa intuizione molto più lontano. La sua teoria tende infatti a sfumare il confine tra ciò che è naturale e ciò che è culturale, perché i segni possono comparire praticamente ovunque e non sono limitati alle pratiche linguistiche o alle istituzioni sociali.
In questa prospettiva la produzione di sistemi culturali non rappresenta un’eccezione rispetto alla natura umana. Al contrario, secondo Raposa, l’uso dei segni e dei simboli costituisce una capacità naturale dell’essere umano. Gli uomini sono biologicamente predisposti a creare e a utilizzare sistemi simbolici, proprio come altre specie animali sono predisposte a costruire nidi o dighe. La vita culturale non si oppone dunque alla natura, ma ne rappresenta una modalità specifica di espressione.
La semiotica peirceiana consente di comprendere questa relazione grazie alla sua concezione della continuità. Peirce sviluppa infatti una posizione filosofica nota come synechism (sinechismo), secondo cui la realtà è attraversata da continuità profonde che collegano fenomeni apparentemente distinti. Applicata al problema della cultura, questa idea suggerisce che le differenze tra pratiche culturali non cancellano il fondo comune che rende possibile la comprensione reciproca.
Per Raposa questo principio ha conseguenze importanti per il modo in cui si concepiscono le differenze culturali. Le lingue, i simboli e le tradizioni che caratterizzano una società plasmano certamente le interpretazioni dei segni. Tuttavia queste differenze non eliminano la possibilità di individuare una continuità nella differenza, poiché gli esseri umani condividono una stessa condizione biologica e partecipano a processi semiosici analoghi.
L’interpretazione dei segni dipende quindi non solo dall’appartenenza culturale, ma anche da fattori legati alla struttura biologica della specie. Il fatto di essere esseri umani, dotati di un certo tipo di corpo, di un cervello organizzato in un certo modo e di specifiche capacità percettive, incide sul modo in cui i segni vengono compresi e utilizzati.
Questa prospettiva permette di attenuare il contrasto spesso tracciato tra naturalismo e costruttivismo sociale. Senza negare la realtà delle differenze culturali, la semiotica di Peirce offre gli strumenti teorici per comprenderle come variazioni interne a una stessa dinamica semiosica. La cultura appare così come una dimensione della natura umana, non come il suo contrario.
Da questo punto di vista, la teoria generale dei segni proposta da Peirce non fornisce soltanto una descrizione dei processi interpretativi. Essa offre anche una base teorica per pensare il dialogo tra culture diverse. Se la produzione e l’interpretazione dei segni appartengono alla natura stessa dell’essere umano, allora le differenze culturali possono essere comprese all’interno di un campo di continuità che rende possibile la comunicazione e la comprensione reciproca.
Riferimento bibliografico: Michael L. Raposa, On the naturalist foundations of any truly general theory of signs, Chinese Semiotic Studies, 2025.
