È ormai “cronaca consolidata” che le recenti riflessioni sulle leggi della narrazione debbano molto più a Vladimir Propp che non ai formalisti russi nel loro insieme. Il punto di svolta è individuato in un testo preciso: Morfologia della fiaba(1928), la cui circolazione occidentale, benché “tardiva di un trentennio”, ha segnato “una discontinuità nella recente storia delle teorie narrative”.
Il destino teorico del libro è legato anche alla recensione con cui Lévi-Strauss ne promosse la lettura “non proprio benevola” agli inizi degli anni Sessanta. Quell’intervento non soltanto rese visibile il lavoro di Propp, ma ne riaccese la portata problematica. Quanto l’autore russo ritenesse fondato il proprio impianto teorico lo dimostra la replica a Lévi-Strauss — apparsa in appendice all’edizione italiana — ma anche il tono delle riflessioni successive. Nonostante la pubblicazione di un volume sul riso, “traspare uno scarso sense of humour e nessuna forma di pentimento”.
Fino alla fine, come attestano Le radici storiche dei racconti di favole (1946) e La fiaba russa, Propp mantiene ferma la convinzione della “bontà e dei limiti del lavoro svolto”. L’espressione è significativa: da un lato, la consapevolezza di avere individuato una struttura; dall’altro, il riconoscimento dei confini del proprio modello.
Il nodo teorico decisivo emerge proprio nel confronto con Lévi-Strauss. Dal dibattito si rafforza l’ipotesi che, “nata o meno dalla degenerazione del mito”, la struttura di funzioni descritta da Propp “racchiuda almeno evolutivamente la forma mentis semplice del pensiero narrativo”. Non si tratta soltanto di una classificazione delle fiabe, ma dell’individuazione di un principio di organizzazione più profondo: una serie di funzioni che, nella loro invariabilità, strutturano l’azione narrativa.
La Morfologia non propone un inventario tematico né un repertorio di motivi, ma una sequenza di funzioni costanti, indipendenti dai personaggi che le incarnano. È questa invarianza che produce l’effetto di rottura nella teoria del racconto. La fiaba diventa il luogo in cui si rende visibile una logica sottostante, una grammatica dell’azione.
La ricezione del lavoro di Propp non si esaurisce nella discussione polemica. Al contrario, la sua proposta diviene il punto di partenza per le teorie narrative successive. Ma ciò che qui interessa è il gesto iniziale: l’ipotesi che il racconto possa essere analizzato come struttura di funzioni, e che questa struttura renda conto di una modalità elementare del pensiero narrativo.
In questo senso, la Morfologia della fiaba non rappresenta soltanto un episodio nella storia del formalismo, ma un momento di discontinuità teorica. È a partire da essa che le teorie narrative degli anni Sessanta cominceranno a interrogarsi sulla possibilità di estendere quella struttura oltre i confini della fiaba.
Riferimento bibliografico: Alessandro Zinna, Teorie narrative e Stilistica, Semio-News, Anno III, Numero 9/10, Aprile–Settembre 1993.
