L’affermazione secondo cui “Semiotics is another name for logic” costituisce uno dei punti di partenza più netti e, allo stesso tempo, più problematici dell’impostazione peirciana. Švantner chiarisce che questa identificazione non va intesa in senso riduttivo o tradizionale: parlare di semiotica come logica significa, per Peirce, ridefinire profondamente il concetto stesso di logica.
In questa prospettiva, la logica non coincide con ciò che oggi si intende comunemente per logica formale. Essa include certamente ciò che viene chiamato syntactics, ma si estende anche alla semantica e alla pragmatica, oltre a ciò che Peirce definisce speculative grammar, cioè lo studio dei modi in cui i segni vengono trattati e articolati. Švantner sottolinea che, in questo quadro, la logica comprende anche una teoria del “teleological growth of symbols”, nota come ethics of terminology, nonché una concezione specifica di etica e di retorica.
Questa estensione del dominio logico rende evidente perché l’identificazione tra semiotica e logica non possa essere liquidata come una semplice formula. La logica peirciana, così intesa, diventa una teoria generale dei segni, capace di descrivere non soltanto le strutture formali del ragionamento, ma anche i processi attraverso cui i segni crescono, si trasformano e producono effetti. Švantner osserva che proprio questa ridefinizione ha costretto gli interpreti di Peirce a un confronto continuo e spesso faticoso con il suo pensiero, tanto che lo studio della sua semiotica assume i tratti di una vera e propria “lotta”.
Il testo insiste sul fatto che Peirce esamina le questioni ontologiche utilizzando gli strumenti della logica, ma di una logica già reinterpretata in senso semiotico. In altri termini, la logica viene considerata come semiotica, e il segno stesso viene concepito come un particolare tipo di essere relazionale. Da qui deriva una conseguenza metodologica rilevante: non è possibile comprendere la teoria dei segni peirciana senza confrontarsi con le sue fondamenta ontologiche. Švantner afferma esplicitamente che, senza queste fondamenta, la teoria dei segni resta incomprensibile “at least in terms of depth and width”.
In questo contesto, l’autore mette in guardia contro il rischio di neutralizzare le questioni ontologiche ricorrendo a un formalismo logico astratto o, nel peggiore dei casi, riducendo la semiotica di Peirce a uno schema semplificato come il cosiddetto “triangolo semiotico”. Una simile riduzione, osserva Švantner, non rende giustizia alla complessità della concezione peirciana, che mira invece a descrivere la semiosi come un processo reale, fondato su relazioni effettive e non su mere costruzioni schematiche.
Švantner ricorda inoltre che, per Peirce, la logica non è una disciplina chiusa o autosufficiente. Essa è inseparabile da una visione della conoscenza come processo fallibile, storico e comunitario. La certezza non è data una volta per tutte, né può essere fondata sull’ego cartesiano; essa deve essere costantemente “modalizzata” e verificata all’interno di una comunità di ricerca. In questo senso, la semiotica-logica peirciana non è soltanto una teoria dei segni, ma anche una concezione della razionalità scientifica.
Il quadro che emerge è quello di una semiotica che si colloca tra l’esigenza di rigore scientifico e una forte ambizione filosofica. Švantner sottolinea che Peirce non ha mai costruito un “romantic complete system”: la sua opera resta frammentaria, spesso concentrata su temi specifici, e proprio per questo richiede un lavoro interpretativo attento e consapevole. La semiotica come logica non è dunque una formula conclusiva, ma l’indicazione di un campo di ricerca aperto, che mette in questione i confini stessi della filosofia e della scienza dei segni.
Riferimento bibliografico: Martin Švantner, Struggle of a Description: Peirce and His Late Semiotics, in Human Affairs, 24, 2014, pp. 204–214.
