Il simbolo, nella prospettiva semiotica strutturale, non coincide con una realtà data una volta per tutte. Esso va inteso come una grandezza che acquisisce il proprio statuto solo all’interno di processi socioculturali. In questo senso, Paolo Demuru insiste sul fatto che il simbolo non sia una “cosa” dotata di proprietà stabili, ma un oggetto semiotico che emerge attraverso dinamiche di costruzione e sedimentazione del significato.
Seguendo la tradizione di Saussure, Hjelmslev e Greimas, il simbolo è definito come una grandezza suscettibile, entro un determinato contesto storico e culturale, di un’interpretazione precisa. Tale definizione comporta due conseguenze importanti. Da un lato, il simbolo non possiede un’essenza invariabile; dall’altro, anche i significati simbolici più consolidati restano esposti a trasformazioni nel tempo e nello spazio.
Questa impostazione trova una formulazione particolarmente chiara nella riflessione greimasiana. Analizzando testi letterari, Greimas osserva i processi di “valorizzazione dei termini figurativi (ossia, un’assiologizzazione) che accedono in tal modo alla dignità di ‘simboli’”. Il simbolo, dunque, non precede il processo di significazione, ma ne è il risultato.
Ne deriva una presa di distanza netta da ogni concezione ontologica del simbolo. Non esistono simboli “in sé”: esistono piuttosto processi attraverso cui certe entità vengono investite di valore simbolico. In questa prospettiva, anche il semisimbolismo — che articola categorie dell’espressione e del contenuto (bianco vs nero, bene vs male) — non descrive relazioni naturali, ma sistemi costruiti all’interno di specifici universi discorsivi.
Il riferimento al senso comune, che definisce il simbolo come “un segno corrispondente a contenuti o valori particolari o universali”, mostra tuttavia un limite: tale approccio tende a trascurare una proprietà centrale del simbolo, ossia la sua capacità di condensare significati molteplici e non completamente determinabili. Autori come Turner, Lotman ed Eco hanno sottolineato proprio questa dimensione, che consente al simbolo di sopravvivere nel tempo e di contribuire alla costruzione dell’identità collettiva.
Victor Turner, ad esempio, parla di “simboli dominanti”, capaci di fungere da centri di aggregazione sociale, attorno ai quali si organizzano pratiche, valori e altri oggetti simbolici. Anche quando possiedono significati relativamente precisi, tali simboli sono in grado di “radunare su di sé un’ampia gamma di valori”, generando nuove articolazioni semantiche.
In questa linea di riflessione si colloca anche la prospettiva di Eco, secondo cui il simbolo non deve essere pensato come un oggetto definito, ma come un uso, una modalità di attivazione del senso. Ciò implica un ulteriore spostamento teorico: il problema non è più che cosa sia un simbolo, ma quando e come qualcosa diventi simbolico. In altri termini, “simboli, insomma, non si nasce, si diventa” .
Riferimento bibliografico: Paolo Demuru, Il senso e i sensi del simbolico, in Contaminazioni simboliche, Meltemi, 2021.
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