La teoria peirciana del significato consente di estendere l’analisi non solo alle proposizioni e agli argomenti, ma anche ai singoli termini. Umberto Eco osserva che, se tutto ciò che vale per i dicisegni e per gli argomenti può essere detto anche dei rhemi che li costituiscono, allora la teoria dell’interpretante riguarda anche il contenuto dei termini singoli. In questa prospettiva, il significato di un termine assume una struttura molto più ampia di una semplice definizione lessicale.
Peirce afferma che un simbolo denota un individuo e significa un carattere. Questo carattere è un significato generale e coincide con ciò che altrove viene definito come ground del segno. La distinzione tra denotare e significare rinvia alla distinzione tra estensione e intensione: da un lato l’insieme degli oggetti a cui il termine si riferisce, dall’altro l’insieme dei tratti che ne costituiscono il contenuto.
In questa prospettiva, la profondità di un termine è collegata al concetto di informazione. Peirce definisce l’informazione come “la misura di predicazione” e come “la somma delle proposizioni sintetiche in cui il simbolo appare come soggetto o predicato” (2.418). Non si tratta dunque di una semplice proprietà del termine, ma dell’insieme delle proposizioni in cui esso può entrare. Questi concetti, sottolinea Eco, riguardano non soltanto le proposizioni e gli argomenti, ma anche i rhemi.
Peirce definisce il rhema come “un Segno che, per il suo Interpretante, è il segno di una Possibilità qualitativa” (2.250). Il rhema identifica dunque un ground, e viene compreso in quanto rappresenta un certo tipo di possibile oggetto. In altri testi Peirce afferma in modo ancora più esplicito che “la significazione di un termine è tutte le qualità indicate da esso” (2.431). I termini appaiono allora come insiemi di marche – tratti, relazioni o caratteri – regolati dal principio nota notae est nota rei ipsius (3.166).
Le marche semantiche costituiscono la profondità di un termine, cioè la sua intensione. Esse comprendono sia tratti necessari sia tratti accidentali (2.396) e formano ciò che Peirce chiama la “profondità sostanziale”, vale a dire “la forma reale concreta che appartiene a tutto ciò di cui il termine è predicabile con assoluta verità” (2.414). La profondità sostanziale di un termine è quindi la somma delle marche semantiche che definiscono il suo contenuto.
Eco sottolinea che queste marche sono unità generali: “nominantur singularia sed universalia significantur” (2.433). Esse corrispondono esattamente a quei “caratteri attribuiti” che Peirce aveva chiamato grounds. Il contenuto di un termine risulta così composto da un insieme di tratti semantici destinato a crescere con l’espandersi della conoscenza.
Peirce descrive questa dinamica con un’immagine particolarmente significativa: “ogni simbolo è una cosa viva, in un senso reale che non è mera figura retorica. Il corpo dei simboli muta lentamente, ma il suo significato cresce inesorabilmente, incorpora nuovi elementi ed espunge i vecchi” (2.222). Il significato non è quindi una struttura statica, ma un processo che si sviluppa nel tempo.
Eco osserva che, in questa prospettiva, il termine può essere inteso come una voce di enciclopedia. Esso contiene tutti i tratti che acquista nel corso delle proposizioni in cui viene utilizzato e si arricchisce progressivamente attraverso il processo di conoscenza. Il rhema funziona come un punto di attrazione semantica, capace di incorporare nuovi caratteri ogni volta che il segno viene impiegato in nuovi contesti interpretativi.
Riferimenti bibliografici:
Umberto Eco, Lector in Fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Milano, Bompiani, 1979.
Peirce, Charles S., Collected Papers, Cambridge, Harvard University Press, 1931–1958.
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