La chiarificazione della soggettività nel linguaggio trova un punto d’appoggio decisivo nei pronomi personali. Le forme io e tu, osserva Émile Benveniste, non sono semplici elementi del lessico tra gli altri, ma indicano la persona in quanto tale.
È un fatto generale che «tra i segni di una lingua […] non mancano mai i “pronomi personali”». Una lingua che non esprima la persona è, per Benveniste, inconcepibile. Anche nei casi in cui certe culture evitano l’uso diretto di questi pronomi — sostituendoli con perifrasi o forme di cortesia — la loro presenza implicita resta determinante, perché è proprio essa a conferire valore alle forme sostitutive.
Ciò che distingue i pronomi personali da tutte le altre designazioni linguistiche è il loro statuto singolare. Essi «non rimandano né a un concetto né a un individuo». Non esiste un concetto di io paragonabile a quello di albero, che raccolga sotto di sé tutti gli usi individuali del termine. Ma neppure si può dire che io designi un individuo particolare: in tal caso, lo stesso termine dovrebbe riferirsi a un’infinità di individui diversi, producendo una contraddizione permanente.
La specificità di io risiede altrove. Esso «si riferisce all’atto di discorso individuale nel quale è pronunciato, e ne designa il parlante». Il riferimento non è quindi né concettuale né oggettivo, ma strettamente legato alla situazione di discorso. La realtà a cui io rimanda è «la realtà del discorso».
In questa prospettiva, il soggetto non è un’entità preesistente che il linguaggio si limita a nominare. È piuttosto nell’atto stesso in cui il parlante dice io che egli si enuncia come soggetto. Benveniste può allora affermare che «il fondamento della soggettività è nell’esercizio della lingua». Non vi sono altre testimonianze oggettive dell’identità del soggetto se non quelle che egli stesso produce nel discorso.
Riferimento bibliografico: Émile Benveniste, Problemi di linguistica generale, trad. it. di Maria Vittoria Giuliani, Milano, Il Saggiatore, 1971.
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