Che cos’è l’etnosemiotica? La prima risposta è una risposta per negazione. Francesco Marsciani, in Etnosemiotica: bozza di un manifesto, propone una definizione “in negativo”, fondata su una serie di prese di distanza metodiche e radicali .
L’etnosemiotica non è una sociologia. Non lo è nella misura in cui non assume categorie come appartenenze, ruoli, istituzioni, classi come dati già costituiti. Se tali categorie entrano nell’analisi, devono essere trasformate in “categorie di pertinenza etnosemiotica”, vale a dire determinate nella produzione locale di una significazione manifesta. Ciò implica una distanza rispetto a una certa socio-semiotica che rischia di “semiotizzare” problemi sociologici senza sottoporli a un vero vaglio categoriale.
Non è una psicologia. Concetti come disposizioni, pulsioni, livelli di coscienza o caratteri non possono essere importati senza trasformazione. Marsciani prende le distanze anche da una certa semiotica delle passioni, laddove essa si esponga al rischio di assumere categoremi psicologici con leggerezza e di proiettarli su una “forma di validità naturalizzante” .
Non è una filosofia del linguaggio. Non si occupa del valore di verità delle proposizioni, né della referenza, né dell’adeguatezza del significato rispetto a una realtà esterna. L’etnosemiotica “non ha il problema della verità degli enunciati” e non si interroga sulla funzione del linguaggio nello sviluppo specie-specifico dell’umano . La questione non è ontologica né logico-proposizionale: è relativa al significare.
Non è una linguistica. Problemi come la doppia articolazione, la costruzione morfematica o la sintassi frastica non appartengono alla sua pertinenza. Le sostanze linguistiche – fonetica e semantica – non le competono se non nella misura in cui diventino tratti pertinenti per l’analisi di fenomeni etnosemiotici .
Non è un’antropologia culturale. Non assume come proprio oggetto un insieme determinato di “fatti” culturali di cui rendere conto. Marsciani insiste: l’etnosemiotica “non crede che il suo oggetto sia un insieme determinato di ‘fatti’”. Essa evita tanto la pretesa di esaustività documentaria quanto la frammentazione in sotto-domini specialistici. Non si interessa alle “forme culturali come tali”, né mira a produrre una teoria dell’umano.
Infine, non è una “semiotica” nel senso disciplinare consolidato. Non è sintattica, né semantica, né pragmatica; non è una teoria del segno, né dell’interpretazione, né dell’enciclopedia; non è una grammatica della produzione testuale; non è una semiotica della cultura. Questa lunga sottrazione non è un esercizio polemico: è il tentativo di liberare uno spazio teorico.
Marsciani suggerisce così che l’etnosemiotica non nasce dall’aggiunta di un prefisso a una disciplina già data, ma dalla sospensione di una serie di identificazioni premature. Non si tratta di delimitare un nuovo campo oggettuale, ma di ridefinire il modo stesso in cui si concepisce l’oggetto.
La definizione in negativo diventa allora un gesto epistemologico: sottrarre l’etnosemiotica alle discipline costituite significa sottrarla anche alla tentazione di fondarsi su categorie precostituite. L’oggetto non è un dominio empirico già stabilito; è ciò che prende forma nella produzione della significazione.
In questo senso, l’etnosemiotica non si presenta come una disciplina tra le altre, ma come una postura teorica che si costituisce nel momento stesso in cui rifiuta di ereditare oggetti e categorie già pronte.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, «Etnosemiotica : bozza di un manifesto», Actes Sémiotiques, n° 123, 2020.
