Semiotica cognitiva tra “de facto” e “de iure”
Che cos’è, oggi, la semiotica cognitiva? E soprattutto: che cosa dovrebbe essere?
Claudio Paolucci prende avvio da un’osservazione di Göran Sonesson, secondo cui la semiotica cognitiva «è stata inventata molte volte negli ultimi decenni» (“cognitive semiotics has been invented many times during the last decades”, traduzione nostra). L’affermazione non ha valore polemico, ma diagnostico: il campo è plurale, stratificato, attraversato da tentativi differenti di fondazione. Proprio per questo, la questione decisiva non è aggiungere un’ennesima “invenzione”, bensì chiarire l’articolazione tra ciò che la semiotica cognitiva è di fatto e ciò che dovrebbe essere di diritto.
Sul piano de facto, esiste un’associazione internazionale che riunisce studiosi di provenienze disciplinari diverse; esiste una rivista scientifica con una storia consolidata; esiste un orientamento di ricerca diffuso a livello globale che mira a mettere in relazione scienze cognitive e semiotica. Tutto questo è fondamentale: indica che un terreno comune è stato costruito e che l’interazione tra linguistica, filosofia, neuroscienze e teoria del segno non è episodica. Tuttavia, per Paolucci, limitarsi a registrare questa situazione significherebbe fermarsi alla dimensione istituzionale.
Il problema è un altro: quale proposta teorica forte può assumere la semiotica cognitiva all’interno del dibattito contemporaneo sulla cognizione?
Secondo Paolucci, la semiotica cognitiva deve interrogare «il modo in cui una riflessione semio-linguistica su segni, significato e linguaggi è in grado di rendere più intelligibile il modo in cui giungiamo a conoscere il mondo attraverso l’azione e il sense-making» (traduzione nostra). L’asse non è meramente interdisciplinare, ma epistemologico: non si tratta di mettere in comunicazione saperi già costituiti, bensì di mostrare come una teoria dei segni possa incidere sulla comprensione stessa della cognizione.
Questa presa di posizione comporta due conseguenze.
La prima è che la semiotica cognitiva non può ridursi a un tentativo politico di tenere insieme prospettive diverse. Né può limitarsi a mediare tra scuole lontane, favorendo un dialogo tra tradizioni. Paolucci riconosce l’importanza di tali dimensioni nel panorama internazionale delle scienze del linguaggio e della mente, ma insiste sul fatto che esse non bastano. Se la semiotica cognitiva vuole contribuire al dibattito contemporaneo, deve presentarsi come una proposta teorica capace di prendere posizione.
La seconda conseguenza riguarda la struttura stessa della teoria semiotica. Confrontarsi con la filosofia della mente, con le neuroscienze e con le teorie dell’enattivismo significa esporsi a modalità di pensiero eterogenee rispetto alla tradizione semio-linguistica. Questo confronto non è neutro: produce effetti sulla teoria dei segni, la costringe a riformularsi, a ridefinire i propri concetti, a ripensare le proprie categorie.
Vi è poi un ulteriore elemento, che rafforza la necessità di una proposta teorica esplicita. Nel panorama attuale della cosiddetta “4e cognition” — embodied, embedded, extended, enacted — molti studiosi affrontano problemi che sono, di fatto, semiotici, senza nominarli come tali. Analizzano questioni di significazione, di mediazione simbolica, di costruzione del senso, ma non le collocano entro una cornice semiotica. Per Paolucci, questo scarto terminologico segnala un compito: rendere visibile ciò che opera implicitamente.
La semiotica cognitiva, dunque, non è una branca specialistica della semiotica generale, né un’etichetta per designare un’area di confine tra discipline. In continuità con una linea che risale a Umberto Eco, essa coincide con la vocazione stessa della semiotica: interrogare il modo in cui i sistemi segnici partecipano alla costituzione della conoscenza.
Eco aveva individuato nel problema del «come giungiamo a conoscere il mondo» il filo conduttore della propria ricerca. Paolucci riprende questa intuizione e la radicalizza: se pensare è sempre pensare attraverso segni, allora una teoria della cognizione non può prescindere da una teoria dei sistemi semiotici. La questione non riguarda semplicemente il rapporto tra linguaggio e realtà, ma il modo in cui le strutture di significazione configurano il campo stesso dell’esperienza.
In questa prospettiva, la distinzione tra de facto e de iure diventa decisiva. La semiotica cognitiva de facto è un campo interdisciplinare in crescita; la semiotica cognitiva de iure è una proposta teorica che mira a ridefinire il rapporto tra segni, mente e mondo. Non si tratta di stabilire un nuovo dominio disciplinare, ma di assumere una posizione nel dibattito contemporaneo: la cognizione non è comprensibile senza la mediazione dei sistemi semiotici.
La posta in gioco è duplice. Da un lato, la semiotica deve confrontarsi con le scienze cognitive, accettando di misurarsi con modelli enattivisti, con teorie dell’estensione della mente, con ricerche neuroscientifiche. Dall’altro lato, le scienze cognitive devono riconoscere che molte delle questioni che affrontano — dalla rappresentazione al senso, dall’azione alla percezione — sono già state tematizzate, in termini propri, dalla tradizione semiotica.
In questo senso, la semiotica cognitiva non è una semplice “area di studio”, ma un programma: mostrare che la riflessione sui segni non è periferica rispetto alla teoria della mente, bensì strutturale. È in questa tensione tra stato di fatto e compito normativo che si gioca la sua identità.
Riferimento bibliografico: Claudio Paolucci, Cognitive Semiotics. Integrating Signs, Minds, Meaning and Cognition, Springer, Cham, 2021.
