La ricerca storiografica si fonda su una dinamica inferenziale peculiare: partire da tracce presenti per risalire agli eventi passati che le hanno prodotte. In questo senso la storia appartiene alla grande famiglia delle discipline interpretative che procedono dagli effetti alle cause. Indizi, sintomi, resti materiali o testimonianze sono considerati segni attuali da cui inferire ciò che non è più direttamente osservabile. Come osserva Valentina Pisanty, il lavoro dello storico non differisce radicalmente da quello del medico, del detective o del filologo: in tutti questi casi si tratta di “congetturare le cause assenti a partire dagli effetti presenti”.
Questo tipo di inferenza a ritroso è strettamente connesso alla logica dell’abduzione descritta da Charles S. Peirce. L’abduzione consiste nell’ipotesi che un determinato fenomeno osservato possa essere spiegato come effetto di una causa ancora ignota. Quando l’interprete si trova davanti a un fatto Y – l’unico evento accessibile ai sensi nel momento dell’indagine – presuppone che esso sia stato provocato da un evento precedente X. Non si conosce ancora quale sia questo antecedente, ma il fenomeno osservato induce a ipotizzare che qualcosa sia accaduto prima per produrlo.
È in questo punto che entra in gioco la dimensione narrativa dell’interpretazione. Per collegare gli effetti percepibili alle loro possibili cause, l’interprete deve ricostruire una sequenza plausibile di eventi. Non si tratta di immaginare qualsiasi concatenazione, ma di elaborare una storia che faccia sistema con l’insieme degli indizi disponibili. Nel ragionamento abduttivo, le regole che permettono di passare dal risultato alla possibile causa vengono attinte da repertori di scenari culturali: schemi narrativi più o meno consolidati che permettono di collocare il fenomeno osservato all’interno di una sequenza temporale e causale coerente.
In questo senso l’abduzione ha una struttura profondamente narrativa. L’interprete seleziona uno schema tra quelli disponibili nell’enciclopedia culturale, oppure ne costruisce uno nuovo combinando elementi tratti da scenari già noti. Una volta formulata l’ipotesi, egli verifica se gli indizi osservati risultino compatibili con la trama causale proposta. Quanto più gli eventi osservati si integrano nello schema narrativo scelto, tanto più l’ipotesi appare convincente, anche se resta sempre provvisoria e rivedibile.
Non sorprende perciò che gli esempi di abduzione discussi da Peirce assumano spesso la forma di brevi racconti: episodi che illustrano il passaggio da un risultato inatteso a una possibile spiegazione. La logica dell’ipotesi non si limita a stabilire relazioni formali tra proposizioni, ma ricostruisce catene di eventi plausibili, proprio come accade nella costruzione di una narrazione.
Da questo punto di vista la storiografia appare come una disciplina paradigmaticamente interpretativa. Essa procede dai resti del passato – tracce materiali, documenti o testimonianze – verso la ricostruzione degli eventi che li hanno prodotti. Il lavoro dello storico consiste quindi nell’elaborare ipotesi narrative che mettano in relazione indizi dispersi e li inseriscano in una sequenza causale plausibile.
La dimensione narrativa non riguarda soltanto la forma finale del discorso storico, ma anche la logica stessa dell’indagine. Ogni interpretazione storica nasce infatti dall’esigenza di collegare fenomeni osservabili con cause assenti, costruendo una trama esplicativa che permetta di comprenderli. In questo senso, la storia non è soltanto un racconto sul passato: è anche il risultato di una serie di congetture narrative attraverso cui l’interprete tenta di dare senso agli indizi che il passato ha lasciato dietro di sé.
Fonte: Valentina Pisanty, Per una semiotica della testimonianza, RIFL / SFL, 2014.
