Paolo Peverini si interroga sulla pertinenza della nozione di ibrido nell’ambito degli studi semiotici, nonostante essa non appartenga al metalinguaggio disciplinare. Il motivo di questo interesse è duplice. Da un lato, l’estrema diffusione del termine, tanto nel dibattito pubblico quanto nella ricerca accademica, impone una presa di posizione critica. Dall’altro, il suo impiego rinvia a logiche di significazione che, per quanto appaiano ovvie, meritano di essere scomposte, descritte e interpretate.
Secondo Peverini, la circolazione della parola ibrido va ricondotta alla moltiplicazione e alla varietà crescente delle relazioni tra umani e non umani che marcano le forme di vita contemporanee. Una prospettiva di critica culturale rigorosa impone allora alla semiotica di interrogarsi su questi usi, sulle loro implicazioni, e sul senso che essi veicolano. In questa direzione, Peverini riconosce l’utilità di confrontarsi con il pensiero di Bruno Latour, figura centrale nella riflessione sui paradossi della modernità, e autore strettamente legato proprio alla nozione di ibrido.
L’interesse per Latour non deriva tanto dal ricorso sistematico al termine ibrido nei suoi testi, quanto dalla centralità che esso assume nella sua analisi delle contraddizioni moderne. Latour assume come punto di partenza il fatto che l’idea stessa di modernità si fondi su una dissociazione tra natura e cultura, tra umani e non umani, che nella realtà concreta si rivela insostenibile. Egli individua due processi distinti ma intrecciati: un lavoro di mediazione, che produce ibridi mescolando elementi eterogenei; e un’operazione di depurazione, che cancella i segni dell’assemblaggio, separando artificialmente le entità coinvolte.
Latour descrive il mondo contemporaneo come invaso da chimere — “embrioni surgelati, sistemi esperti, macchine a controllo numerico, robot sensorizzati, ibridi del granturco, banche dati, psicotropi forniti per legge, balene dotate di radio-sonda, sintetizzatori di geni, analizzatori di audience” — che non si collocano né tra gli oggetti né tra i soggetti. Queste entità spurie e sfuggenti mettono in crisi la partizione ontologica moderna e rendono necessaria una nuova analisi delle modalità di associazione tra attanti eterogenei.
Peverini osserva che il pensiero latouriano, proprio per il suo approccio eterodosso, ha attirato sia interesse che scetticismo da parte della semiotica. In particolare, desta interrogativi l’adozione flessibile di concetti appartenenti alla teoria dei linguaggi, spesso sottratti al loro impianto teorico originario e rielaborati in un infralinguaggio che privilegia l’uso rispetto alla definizione rigorosa. È il caso delle nozioni di attore, atlante, ibrido, enunciazione, la cui trattazione da parte di Latour si discosta significativamente dalla loro accezione semiotica.
Peverini rileva come in Reassembling the Social l’attore sia definito in base alla sua capacità di produrre una differenza, mentre l’atlante rappresenta un attore ancora privo di configurazione concreta. In altri testi, la distinzione è del tutto assente o marginale. La nozione di ibrido, a sua volta, assume configurazioni differenti, che Peverini elenca seguendo un’analisi condotta da Gianfranco Marrone: entità composte da diverse sostanze dell’espressione, aggregazioni di attori umani e non umani, mescolanze discorsive, traduzioni tra generi e linguaggi differenti.
A fronte di questa varietà, la semiotica ribadisce il proprio ancoraggio alla narratività. Un caso emblematico è quello dell’“uomo-telefonino”, dove l’associazione tra umano e artefatto tecnologico non si esaurisce in una funzione tecnica, ma genera un nuovo attore in grado di agire nel mondo, di esercitare una forma di agentività fondata su ruoli tematici e narrativi. È proprio grazie a questi ruoli che l’oggetto tecnologico può essere investito di senso affettivo, cognitivo e pragmatico, agendo come soggetto a pieno titolo.
Peverini sottolinea che nella relazione tra umano e oggetto si costituisce un campo di intersoggettività e interoggettività che contribuisce alla costruzione del senso. L’artefatto agisce per delega dell’umano, ma contribuisce anche a ridefinire l’umano stesso, modificandone le abitudini, i comportamenti, la memoria. La benevolenza con cui accogliamo, ad esempio, i video generati automaticamente dai nostri dispositivi, è un sintomo di una delega piena di senso: l’oggetto fa qualcosa per noi, ma soprattutto fa fare qualcosa a noi.
In questo orizzonte, la semiotica trova nel pensiero di Latour un interlocutore parziale ma stimolante. Pur consapevole delle critiche mosse dallo stesso Latour alla semiotica post-greimasiana — accusata di essere troppo ancorata alla linguistica e di concentrarsi eccessivamente sul testo letterario — Peverini ritiene che il confronto non debba essere abbandonato. L’uso latouriano di concetti semiotici, seppur non sistematico, rinvia a un patrimonio teorico che la semiotica ha sviluppato e che può essere riattivato criticamente.
La nozione di ibrido, in particolare, consente di affrontare da una nuova angolazione i problemi legati alla costruzione del senso nella contemporaneità, rendendo visibili le dinamiche di delega, di agire distribuito e di mediazione tra umani e non umani. Proprio per questo, conclude Peverini, è opportuno rilanciare il confronto tra semiotica e Latour, non come adesione a un impianto alternativo, ma come occasione per interrogare la propria cassetta degli attrezzi e rinnovare l’analisi dei “segni del tempo”.
Riferimento bibliografico: Paolo Peverini, Dalla semiotica a Latour, e ritorno. Traiettorie di un confronto aperto, in “E|C – Rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici”, anno XVII, n. 37, Mimesis, 2023.