Louis Hjelmslev ha influenzato “in modo costante e profondo il pensiero semiotico e filosofico di Umberto Eco”. Una delle linee decisive di questa relazione riguarda il modo di intendere la struttura.
Come sottolineato da Stefano Traini, Eco teorizza uno strutturalismo metodologico, in opposizione allo strutturalismo ontologico. Il metodo strutturale ha la funzione di individuare omologie formali tra fenomeni culturali differenti: di fronte a oggetti diversi si desume una struttura comune, che viene poi applicata ad altri fenomeni per valutarne analogie e differenze.
Il problema si concentra allora su una domanda esplicita: “la struttura è un oggetto in quanto strutturato o è l’insieme di relazioni che strutturano l’oggetto ma che sono astraibili dall’oggetto?”. La questione implica un’alternativa netta: la struttura come sostanza organizzata secondo rapporti sistematici oppure come modello strutturale, cioè come griglia astratta di relazioni.
Eco ripercorre alcune tappe della linguistica strutturale. Saussure concepisce la lingua come sistema di valori, ossia di opposizioni e differenze. Hjelmslev si pone in linea di continuità con questa impostazione, privilegiando l’analisi della forma. Trubeckoj e il Circolo di Praga ribadiscono l’idea di un modello strutturale come sistema di differenze che prescinde dalla consistenza fisica dell’oggetto studiato.
In questa prospettiva la struttura assume una funzione puramente operativa: viene “fabbricata” per studiare determinati aspetti di un oggetto . Tuttavia altri strutturalisti – vengono ricordati Lévi-Strauss e Lacan – hanno ipotizzato che la struttura sia una realtà ontologica, definitiva e immutabile . Il nodo teorico si riformula allora nei termini decisivi: la struttura è uno strumento operativo o una realtà ontologica?
Seguendo Hjelmslev, Eco sostiene che l’adozione del metodo strutturale non è imposta dall’oggetto di indagine, ma è il risultato di una scelta del ricercatore. In questa linea afferma: “per un uso corretto dei modelli strutturali, non è necessario credere che la loro scelta sia determinata dall’oggetto, basta sapere che è eletta dal metodo. Il metodo scientificamente legittimo si riassume nel metodo empiricamente adeguato”.
Si delinea così la tesi della struttura assente: “Assente in ogni caso, la struttura non verrà più vista come il termine oggettivo di una ricerca definitiva, ma come lo strumento ipotetico con cui saggiare i fenomeni per condurli a correlazioni più vaste”. Le strutture descritte dalla semiotica sono modelli esplicativi, dapprima teorici e successivamente sottoposti a verifica empirica.
Traini sottolinea che, in questa impostazione, viene negata la Struttura Ontologica ma viene ribadita l’importanza delle descrizioni strutturali. Le strutture elaborate per analizzare la realtà risultano parziali, storiche, culturali, dipendenti dalle scelte di pertinenza dell’analista.
La “struttura assente” non designa quindi una mancanza, ma una precisa postura epistemologica: la struttura non è un dato ontologico da scoprire, bensì un modello costruito dal metodo per rendere conto dei fenomeni culturali.
Riferimento bibliografico: Stefano Traini, “Eco lettore di Hjelmlev: tra occasioni mancate e mosse vincenti”, in Zinna, A. e Cigana, L. (eds), Louis Hjelmslev (1899-1965). Le forme del linguaggio e del pensiero, Toulouse, Éditions CAMS/O, Collection Actes, 2017, pp. 11-25.
