Nelle discussioni sul rapporto tra linguaggio e realtà, le nozioni di riferimento e referente sono spesso impiegate con una frequenza che non corrisponde a un’analoga chiarezza teorica. Esse vengono utilizzate — scrive l’autore — «con un’ambiguità concettuale che raramente è oggetto di una riflessione critica» (traduzione nostra). È proprio questa carenza che rende necessaria una messa a punto.
La questione nasce dal modo in cui la relazione tra espressione linguistica e “oggetto del mondo” viene formulata. Secondo il Lexique des notions linguistiques, «Il riferimento è generalmente definito come la relazione che unisce un’espressione linguistica in uso in un enunciato con “l’oggetto del mondo” che è designato da tale espressione. Si chiama referente questo “oggetto del mondo”» (traduzione nostra). In modo analogo, il Dictionnaire d’analyse du discours afferma: «Il riferimento designa una proprietà del segno linguistico o di un’espressione di rinviare a una realtà. Il referente è la realtà che è indicata dal riferimento» (traduzione nostra).
In entrambe le definizioni, il riferimento è concepito come un rinvio e il referente come la realtà rinviata. Ma questa apparente chiarezza non elimina l’ambiguità. L’idea di una relazione tra segno e “oggetto del mondo” non viene tematizzata criticamente: resta implicita la presupposizione di una connessione diretta tra linguaggio e realtà extra-verbale.
Un elemento decisivo emerge se si considera l’assenza stessa di questi termini nel Cours de linguistique générale. Per Saussure, «il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica» (traduzione nostra). Il segno non si fonda su un rapporto con una “cosa”, ma sull’implicazione interna tra significante e significato. È questa relazione a costituire il segno come tale, «senza riguardo al suo possibile rapporto con la realtà extra-verbale» (traduzione nostra). La questione del referente, in questa prospettiva, non è primaria.
L’uso sistematico dei termini reference e referent si diffonde piuttosto con Ogden e Richards. Nel loro schema triangolare, il referent è l’oggetto che un simbolo rappresenta quando è usato da qualcuno; la reference è il pensiero diretto, organizzato, registrato e comunicato da quel simbolo. Tuttavia, gli stessi autori precisano che «tra il simbolo e il referente non vi è alcuna relazione pertinente se non quella indiretta, che consiste nel fatto che esso è usato da qualcuno per stare per un referente» (traduzione nostra). La relazione non è immediata: è mediata dall’uso.
Ma l’ambiguità permane. L’“oggetto rappresentato” può essere anch’esso un altro simbolo. Il caso dell’endofora* mostra che ciò a cui si rinvia non è necessariamente extra-verbale. La distinzione tra reference e referent si complica ulteriormente se la si confronta con l’opposizione fregeana tra Sinn e Bedeutung, tradotta alternativamente come meaning/indication, meaning/denotation, sense/reference, oppure in francese come sens/référence o sens/référent. Le oscillazioni terminologiche non sono neutre: esse producono slittamenti concettuali.
Anche Jakobson introduce una formulazione problematica. Nel suo schema della comunicazione, il messaggio richiede un contesto a cui si riferisce — «il “referente” in un’altra, alquanto ambigua, nomenclatura» (traduzione nostra) — che deve essere «afferrabile dal destinatario e o verbale oppure capace di essere verbalizzato» (traduzione nostra). Il contesto può dunque essere verbale oppure situazionale. L’ambiguità è dichiarata: ciò a cui il messaggio rinvia può essere indifferentemente verbale o extra-verbale.
In questa oscillazione si radica una confusione teorica persistente. Il referente viene talvolta inteso come realtà esterna, talvolta come elemento del discorso, talvolta come entità anche immaginaria. La nozione si dilata fino a inglobare ciò che non esiste. È significativo che, in alcune definizioni, si possa affermare che un segno come hippogriffe «ha un referente, senza che l’esistenza degli ippogrifi sia per questo postulata» (traduzione nostra). Ma in che senso si può parlare di referente per ciò che non esiste? La questione resta sospesa.
Il problema si concentra dunque in un punto preciso: il rapporto tra senso e referente. Ogni messaggio verbale ha un senso a priori autonomo rispetto alla realtà extra-verbale, ma ogni suo referente possibile può essere determinato solo a partire da questo senso. Il senso verbale è autonomo rispetto alla realtà extra-verbale; ma se vi è un referente, esso può essere determinato solo a partire dal senso.
Di conseguenza, la determinazione del senso di un messaggio non equivale a quella del suo referente. La realtà verbale e la realtà extra-verbale «restano a priori indipendenti l’una dall’altra» (traduzione nostra). La loro relazione non è data una volta per tutte: la relazione esatta tra le due esige un esame caso per caso.
La messa a punto proposta non consiste dunque in una semplice ridefinizione terminologica, ma in una ristrutturazione del problema. Prima di stabilire a che cosa un messaggio rinvia, occorre riconoscere che esso è innanzitutto dotato di un senso autonomo. È solo a partire da questo livello che può porsi la questione del referente.
Riferimento bibliografico: Qichao Wang, « Référence » et « référent », un essai de mise au point, Semiotica 2025, 267: 1–15.
*Nota. Per endofora si intende un fenomeno di riferimento interno al testo o al discorso. Un’espressione è endoforica quando il suo referente non è una realtà extra-verbale, ma un altro elemento linguistico presente nello stesso testo o nello stesso scambio comunicativo. È il caso, ad esempio, dei pronomi che rinviano a un nome già menzionato (anafora) o che anticipano un elemento che verrà esplicitato successivamente (catafora). L’endofora mostra che il riferimento può restare interamente interno alla dimensione verbale e non implica necessariamente un oggetto del mondo esterno.
