Nel delineare il posto della semiotica peirciana all’interno del panorama moderno, Švantner introduce un confronto con la semiologia di Ferdinand de Saussure, individuando una frattura teorica che attraversa la storia della disciplina. Non si tratta di una divergenza secondaria o terminologica, ma di una differenza di paradigma che investe il grado di generalità, l’estensione e le premesse filosofiche delle due concezioni del segno.
Da un lato, Švantner colloca la semiologia saussuriana all’interno di un modello “puramente deduttivo e razionalistico”, sviluppato in un contesto linguistico e cartesiano. La teoria del segno elaborata da Saussure è concepita principalmente per l’analisi delle lingue naturali e per descrivere il linguaggio come un sistema non arbitrario di segni regolato dalla comunità dei parlanti. In questa prospettiva, il segno resta legato a un ambito specificamente umano e linguistico, e la semiologia si configura come una disciplina delimitata, orientata allo studio di una particolare forma di azione sociale.
Dall’altro lato, la semiotica di Charles Sanders Peirce si presenta, secondo Švantner, come un progetto radicalmente diverso. Peirce, formato come chimico e matematico, lettore di Kant e della logica scolastica, elabora una teoria del segno che non nasce primariamente dalla linguistica, ma dalla logica e dall’ontologia. La sua semiotica – o semeiotic, come lo stesso Peirce preferiva talvolta chiamarla – è pensata come una teoria generale, capace di descrivere “all kinds of sign production”, inclusi segni non verbali, segni incompleti, segni visivi e processi di significazione che eccedono il linguaggio umano.
Švantner osserva che questa differenza di impostazione produce due tradizioni difficilmente traducibili l’una nell’altra. La semiologia saussuriana ha avuto un’influenza decisiva sulla storia della linguistica e sullo sviluppo dello strutturalismo francese, mentre la semiotica peirciana ha inizialmente inciso sul dibattito della filosofia analitica per poi diventare una matrice teorica ampia, utilizzata in numerosi campi della ricerca semiotica e interdisciplinare. La “division at the threshold of modern semiotics”, di cui parla l’autore, non è quindi un semplice bivio storico, ma l’emergere di due concezioni incompatibili del segno e della significazione.
Il punto decisivo, per Švantner, riguarda il grado di generalità della teoria. Mentre Saussure studia il linguaggio come un sistema di segni fondato su convenzioni sociali, Peirce “went farther”, elaborando una semiotica che mira a descrivere i processi di segnicità come fenomeni generali, non limitati all’ambito linguistico né esclusivamente umano. In questa prospettiva, la capacità di produrre e interpretare segni non è una proprietà accidentale, ma una funzione immanente ai processi vitali e, secondo alcune interpretazioni richiamate dall’autore, persino alla struttura dell’universo.
Švantner sottolinea che questa apertura ontologica segna una distanza irreversibile rispetto al modello saussuriano. La semiotica peirciana non può essere ridotta a una teoria del linguaggio, né a una scienza dei segni intesi come entità mentali o convenzionali. Essa si configura piuttosto come una teoria onto-logica del segno, in cui la significazione è radicata in relazioni reali e in processi di mediazione che attraversano la realtà stessa.
Il confronto tra Peirce e Saussure, così come viene presentato nel testo, non mira a stabilire una gerarchia di valore, ma a chiarire la posta in gioco teorica della semiotica moderna. La scelta di un paradigma non è neutrale: implica una diversa concezione della generalità del segno, del rapporto tra linguaggio e realtà e, in ultima analisi, del compito stesso della semiotica come disciplina.
Riferimento bibliografico: Martin Švantner, Struggle of a Description: Peirce and His Late Semiotics, in Human Affairs, 24, 2014, pp. 204–214.
