«L’ontologia è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei semiotici». L’epigrafe di Jean-Marie Floch non è un semplice paradosso ironico: introduce una questione di statuto disciplinare. Che cosa accade quando la semiotica assume l’ontologia come proprio orizzonte? Si tratta di un ampliamento legittimo o di uno slittamento metodologico?
Esiste un «constat problématique concernant l’existence même de la sémiotique», un rilievo problematico che riguarda l’esistenza stessa della disciplina. Secondo gli autori, alcune evoluzioni recenti del progetto semiotico, invece di dialogare realmente con altri ambiti del sapere, si appropriano senza un esame approfondito dei loro concetti e dei loro metodi. In questo modo, la ricerca semiotica rimane spesso «abbagliata» dai lavori condotti da altre discipline e tenta di integrare a ogni costo concetti che non le appartengono.
La conseguenza è grave: una «distorsione progressiva» o uno scivolamento verso altre sfere, accompagnato dall’abbandono dei «principi di pertinenza disciplinare». Il problema non è l’interdisciplinarità in quanto tale, ma la perdita della specificità metodologica.
La matrice testuale e il senso
Il nodo centrale riguarda l’analisi del senso. Gli autori denunciano una pratica che consiste nell’analizzare il senso al di fuori della matrice testuale, attraverso un riadattamento — o addirittura uno snaturamento — degli strumenti esistenti. Tuttavia, tali strumenti sono stati calibrati per l’analisi del testo e falliscono quando vengono applicati, ad esempio, ai processi cognitivi di creazione o interpretazione del senso.
Viene qui chiarita una distinzione fondamentale. Le scienze cognitive sostengono che il senso sia attribuito nel processo interpretativo condotto da un soggetto. Questo postulato può essere condiviso. Ma — precisano gli autori — «questo principio non è semiotico ma psicologico». Se lo si applica al modello semiotico standard, costruito su un postulato diverso, la semiotica perde al tempo stesso la propria identità e la specificità dei propri strumenti di analisi.
Il rischio è duplice: da un lato, gli strumenti provenienti da altre tradizioni non sono adatti allo scenario semiotico; dall’altro, si paga il prezzo di deformare strumenti che, nella prospettiva originaria, funzionano già perfettamente.
Il destino del percorso generativo
L’esempio più significativo di questa trasformazione riguarda il percorso generativo elaborato nell’ambito della semiotica di Algirdas Julien Greimas. Progressivamente, esso ha assunto «l’apparenza di un percorso “genetico” responsabile della produzione/interpretazione del senso da parte di un soggetto» (traduzione nostra).
Ma «il percorso non è calibrato o concepito per questo». Non descrive un processo psicologico reale. È stato organizzato come strumento di traduzione differenziale, come dispositivo metalinguistico capace di rendere conto della significazione di qualunque testo.
La grammatica narrativa viene così “tirata” in due direzioni opposte: da una parte, viene reinterpretata come fondamento inconscio universale della significazione; dall’altra, come strumento valido solo per una cultura particolare — quella occidentale — e quindi bisognoso di adattamenti per spiegare la multiculturalità del senso.
Contro entrambe le derive, gli autori affermano che le categorie narrative «non dipendono né dalla logica individuale della mente né dal pensiero culturale inerente al testo analizzato» (traduzione nostra). Esse appartengono all’ordine del metalinguaggio semiotico.
La tentazione ontologica
È in questo contesto che si colloca la cosiddetta “svolta ontologica” dell’antropologia. Il timore espresso è che essa spinga la semiotica ad assumere posture che non le sono proprie, a detrimento della sua specificità.
Piuttosto che integrare semplicemente la nuova antropologia, la proposta è inversa: verificare come la semiotica possa contribuire a quel dibattito. La convinzione è che la semiotica, interessandosi alla significazione, sia «un’eccellente antropologia». Essa analizza «il modo in cui il contenuto — in quanto costruzione culturale — è veicolato, trasmesso e condiviso» (traduzione nostra).
Studiare le culture non significa accedere direttamente all’essere, ma analizzare le forme di manifestazione del senso. L’ontologia, se entra nel discorso semiotico, non può modificare il suo statuto: deve essere trattata come problema di contenuto, non come fondamento metafisico.
Il punto decisivo non è allora adottare una nuova ontologia, ma riaffermare la funzione del metalinguaggio. Solo così la semiotica può evitare la propria denaturazione e mantenere la coerenza del proprio progetto scientifico.
Riferimento bibliografico: Angelo Di Caterino, Ludovic Chatenet, La sémiotique en perspectives : ontologies et cultures, Actes Sémiotiques, n°130, 2024. DOI: 10.25965/as.8238.
