La ricerca storiografica si distingue dalle altre forme di indagine interpretativa per alcune caratteristiche specifiche che ne accentuano la dimensione narrativa e ne complicano lo statuto epistemologico. Tra queste, una delle più rilevanti riguarda la natura stessa del suo oggetto: il passato non è più direttamente accessibile e non può essere verificato attraverso l’osservazione empirica. In questo senso, come osserva Valentina Pisanty, la storia è una disciplina “interamente ipotetica”, incapace di essere sottoposta a verifica diretta.
L’assenza dell’oggetto implica che l’abduzione giochi un ruolo predominante rispetto alle fasi deduttive e induttive del ragionamento. Non essendo possibile controllare direttamente la validità delle ipotesi, lo storico procede attraverso il confronto tra scenari alternativi, selezionando quelli che risultano più coerenti, esaustivi ed economici. In questo quadro, l’interpretazione storica assume un carattere fortemente narrativo: ciò che viene costruito è una sequenza plausibile di eventi che spiega le tracce disponibili.
A differenza di altre scienze diacroniche, tuttavia, la storiografia non mira a stabilire leggi generali a partire da casi particolari. Il suo obiettivo è piuttosto la comprensione dell’evento singolare, non replicabile. Le generalizzazioni – provenienti da ambiti come la psicologia o la sociologia – vengono utilizzate non per formulare leggi universali, ma per determinare ciò che l’evento storico ha di specifico. Questo carattere idiografico rafforza ulteriormente la dimensione narrativa dell’indagine.
Un altro elemento distintivo riguarda la natura dei materiali su cui si fonda la ricerca storica. Come sottolinea Pisanty, una parte consistente delle fonti è costituita da artefatti comunicativi intenzionali: documenti scritti, cronache, registri, e soprattutto testimonianze. Si tratta di testi prodotti da qualcuno con l’intenzione di incidere sulla rappresentazione del mondo dei destinatari. La storiografia si configura così come una pratica che produce racconti a partire da altri racconti: una “interpretazione di interpretazioni”, per riprendere una formula citata nel testo.
In questo contesto, le testimonianze occupano una posizione centrale. Esse costituiscono una fonte privilegiata, soprattutto quando i fatti storici sono accessibili solo attraverso racconti trasmessi nel tempo. Nella storia antica i fatti da spiegare sono in larga misura documentari: “asserzioni e asserzioni virtuali” che leggiamo nei manoscritti o nelle iscrizioni. Di conseguenza, l’attività dello storico consiste in larga parte nell’interpretazione delle testimonianze, eventualmente corroborate da indizi materiali.
Ma che cos’è, esattamente, una testimonianza? Il termine può essere inteso in senso ampio come qualsiasi forma di conoscenza indiretta, oppure in senso più ristretto come dichiarazione resa da qualcuno che afferma di aver assistito a un fatto o di esserne venuto direttamente a conoscenza. In quest’ultima accezione, la testimonianza implica sempre una duplice articolazione: un atto percettivo originario e un successivo atto comunicativo. Il racconto esiste in quanto qualcuno sostiene di aver visto o saputo qualcosa.
Nel caso della storiografia, questa struttura si complica ulteriormente. Spesso le testimonianze non sono dirette, ma si trasmettono attraverso catene di racconti: narrazioni che derivano da altre narrazioni, talvolta molto distanti dagli eventi originari. Ciò rende ancora più problematico il rapporto tra il testo testimoniale e il fatto che esso pretende di attestare.
La questione diventa allora di natura semiotica: quale tipo di segno è una testimonianza? Da un lato essa è composta di parole, quindi appartiene alla sfera dei simboli, che per loro natura non hanno un legame necessario con ciò che rappresentano e possono essere utilizzati per mentire. Dall’altro lato, tuttavia, la testimonianza pretende di funzionare come prova, cioè come indice di un evento realmente accaduto.
Questa tensione tra natura simbolica e funzione indessicale costituisce il nodo teorico centrale della testimonianza storica. Se le parole non garantiscono di per sé alcun rapporto con la realtà, su che cosa si fonda la pretesa della testimonianza di dire il vero sul passato? Come è possibile che un enunciato linguistico si presenti come traccia di un evento?
È a partire da questa domanda che si apre il problema propriamente semiotico della testimonianza: comprendere quali dispositivi consentano a un testo, intrinsecamente esposto alla menzogna e alla finzione, di assumere valore probatorio all’interno della ricerca storica.
Fonte: Valentina Pisanty, Per una semiotica della testimonianza, RIFL / SFL, 2014.
