L’idea di un’immanenza dell’analisi costituisce uno dei presupposti metodologici più forti della semiotica strutturale. In questa prospettiva, il testo non è semplicemente un oggetto tra altri, ma la piattaforma critica entro cui gli atti di comunicazione devono trovare una forma di convergenza. L’interpretazione, lungi dall’essere un atto libero o arbitrario, è regolata da un principio che mira alla consistenza semantica dell’intesa o, quando questa non sia possibile, del dissenso.
In questo senso, il testo funziona come un piano di omogeneizzazione delle tensioni ermeneutiche potenzialmente eterogenee. L’immanenza non equivale a una chiusura autarchica del senso, ma a una condizione di esercizio dell’interpretazione che assume il testo come riferimento comune e condivisibile. È su questo piano che può prendere forma un’etica dell’interpretazione, intesa come responsabilità nei confronti delle strutture di significazione che il testo rende disponibili.
Tuttavia, questa omogeneizzazione non elimina l’eterogeneità, né potrebbe farlo. L’esperienza interpretativa mostra come l’eterogeneità riemerga all’interno della stessa testualità. Durante l’esperienza percettiva di un’opera d’arte, ad esempio, i significanti possono assumere la funzione di interpretanti del testo, avviando nuove articolazioni semiotiche che si distaccano dalle grammatiche che avevano inizialmente consentito l’accesso alla significazione. La coerenza testuale non è dunque una garanzia di chiusura, ma una condizione di negoziazione.
Inoltre, la stessa delimitazione dell’oggetto artistico è già un atto interpretativo. L’opera non esiste in un isolamento formale, ma abita uno spazio di implementazione pubblica (implementation publique), entro il quale entra in relazione con altre identità culturali. A ciò si aggiungono fenomeni noti come l’intertestualità e la presenza di un’intenzionalità legata al quadro pratico della produzione storica dell’opera. L’immanenza del testo, quindi, non coincide con l’eliminazione di questi fattori, ma con la loro messa in forma critica.
L’immanenza dell’analisi ha svolto, in questo quadro, una funzione essenziale: ha consentito di evitare che l’interpretazione si dissolvesse in una proliferazione incontrollata di letture soggettive. Assumere il testo come perimetro critico significa riconoscere che l’interpretazione deve confrontarsi con una resistenza del senso, inscritta nelle organizzazioni discorsive. È questa resistenza che permette di distinguere l’interpretazione dall’uso libero dell’opera.
Al tempo stesso, il principio di immanenza non può essere assolutizzato. L’eterogeneità dell’esperienza, la dimensione percettiva, le relazioni istituzionali e culturali che circondano l’opera continuano a esercitare una pressione sul testo. L’etica dell’interpretazione non consiste allora nel negare tali tensioni, ma nel tenerle insieme entro un quadro regolato, in cui il testo rimane il luogo privilegiato della verifica critica.
In questa prospettiva, l’immanenza non è una dottrina della chiusura, ma una condizione operativa che rende possibile il confronto interpretativo. Essa non elimina il conflitto delle letture, ma ne stabilisce il terreno comune, consentendo che l’intesa o il dissenso si articolino secondo criteri di coerenza e di responsabilità semantica. L’etica dell’interpretazione si gioca precisamente in questo equilibrio instabile tra omogeneizzazione testuale ed emersione dell’eterogeneità del senso.
Riferimento bibliografico: Pierluigi Basso Fossali, L’interprétation dans son espace phénoménologique : jeux de langage et implémentation publique, Metodo. International Studies in Phenomenology and Philosophy, vol. 3, n. 1, 2015.
