Riconoscere una dimensione significante alla percezione significa attribuire al mondo naturale uno statuto propriamente semiotico. In questa prospettiva, l’origine della significazione non viene ricercata in un’interpretazione successiva o in una proiezione soggettiva, ma nella struttura stessa dell’esperienza percettiva. La percezione non costituisce quindi un semplice accesso agli oggetti del mondo, bensì il luogo in cui la significazione prende forma.
Jean-François Bordron ha mostrato che ciò che percepiamo non sono gli oggetti nella loro completezza, ma soltanto delle “esquisses” degli oggetti — i noemi — la cui variazione produce differenze percettive portatrici di senso. Audrey Moutat riprende questa impostazione e ricorda che la semiosi percettiva nasce dall’incontro di due intenzionalità: da un lato quella del soggetto percepente, dall’altro quella dell’oggetto che si manifesta attraverso le proprie proprietà fenomenali. In questo rapporto, la manifestazione dell’oggetto può anticipare e orientare la visata intenzionale del soggetto.
Considerata da questo punto di vista, la significazione del mondo naturale sembra emergere direttamente dalla struttura dell’esperienza percettiva stessa. Gli oggetti non sono semplicemente il risultato di interpretazioni o di proiezioni soggettive: essi si presentano attraverso le modalità fenomenali della loro apparizione. La percezione costituisce dunque un nucleo elementare della significazione sensibile, anteriore agli investimenti passionali e alle interpretazioni culturali.
Questa esperienza percettiva fondamentale si fonda sulla presa di una forma sensibile, incarnata nel noema. Bordron designa questa forma con il termine di icona, intendendola come una struttura schematica organizzata da categorie sensibili fondamentali. L’icona non va intesa come una semplice immagine, ma come una configurazione fenomenica che struttura l’apparizione dell’oggetto.
Tre categorie principali ne determinano l’organizzazione: la materia (matière), la qualità (qualité) e la forma (forme). La materia riguarda le grandezze quantitative del fenomeno; la qualità corrisponde al grado di intensità della manifestazione sensibile; la forma, infine, rinvia alla configurazione complessiva del fenomeno, dotata di contorni e di limiti.
Ciascuna di queste categorie si articola a sua volta in ulteriori determinazioni. Il fenomeno percepito si manifesta così come il dispiegarsi di una rete di categorie sensibili, secondo un processo di progressiva ramificazione della struttura iconica. Ogni fenomeno specifico appare quindi come il risultato dell’intreccio dinamico tra materia, qualità e forma.
L’interesse teorico di questa impostazione consiste nel fatto che la configurazione fenomenale del piano dell’espressione non resta confinata alla dimensione percettiva. Essa contribuisce infatti a determinare il piano del contenuto della semiosi percettiva. In altri termini, la struttura sensibile dell’esperienza orienta la costruzione stessa del significato.
È proprio questa dinamica che l’analisi della degustazione enologica permette di osservare con particolare chiarezza. Nel corso dell’esperienza gustativa, le proprietà sensibili del vino non si presentano come qualità isolate, ma come una struttura fenomenale che si dispiega progressivamente, modulando l’intenzionalità e talvolta anche la motricità del soggetto percepente. In questo senso, il piano dell’espressione fenomenale appare come una configurazione spaziale dotata di estensione, texture e densità, che si sviluppa nel campo di presenza dell’esperienza percettiva.
L’analisi del gusto non rappresenta quindi soltanto un esempio empirico. Essa consente di mettere in luce il modo in cui la semiosi percettiva si organizza a partire da una struttura fenomenale complessa, nella quale le categorie sensibili entrano in relazione reciproca e producono una dinamica costitutiva del piano dell’espressione.
Riferimento bibliografico: Audrey Moutat, La structure dynamique du plan de l’expression gustatif, Actes Sémiotiques, n°129, 2023.
