La presenza di convenzioni non impedisce di riconoscere, nel flusso della comunicazione, forme di significazione che operano secondo un regime iconico. Tali forme sono motivate da un principio analogico condiviso, che organizza la relazione segnica e la rende immediatamente riconoscibile. In questo senso, l’iconismo appare spesso “trasparente” alla comunicazione e produce un marcato effetto di realtà.
Questo effetto si manifesta con particolare intensità nei testi audiovisivi, come il cinema e la televisione, ma è già operante nei segni iconici più semplici. Le narrazioni antiche sulla competizione fra pittori, fondate sulla capacità di ingannare lo spettatore, mostrano come l’iconismo sia storicamente associato all’idea di un accesso diretto alla cosa rappresentata.
La tecnica contemporanea, tuttavia, mette in crisi questa apparente naturalità. Immagini digitali e suoni registrati sono percepiti come iconici perché producono un effetto analogico sui sensi, ma il loro processo di produzione è interamente fondato su operazioni numeriche. Computer e supporti digitali non trattano elementi analogici, bensì sequenze di numeri.
Da qui deriva una distinzione cruciale: quella tra analogico e digitale riguarda i modi di produzione della comunicazione, mentre la distinzione tra segni iconici e segni simbolici concerne gli effetti che i segni producono sulla nostra consapevolezza. L’iconismo non è dunque una proprietà tecnica del mezzo, ma una modalità di funzionamento della relazione segnica.
La riflessione sull’immagine accompagna da sempre la storia del pensiero occidentale, a partire dal concetto di mimesielaborato nella filosofia greca. La classificazione triadica dei segni risale alle elaborazioni di Charles Sanders Peirce, ma la forma oggi più diffusa è il risultato del lavoro di Charles Morris. In Italia, il dibattito sull’iconismo ha avuto particolare intensità tra gli anni Sessanta e Settanta.
In questo contesto, la proposta di Eco di sostituire la tripartizione tradizionale con una “tipologia dei modi di produzione segnica” segnala la necessità di un’analisi più articolata, capace di rendere conto della complessità dei fenomeni iconici senza ridurli a una presunta somiglianza naturale.
Riferimento bibliografico: Ugo Volli, Manuale di semiotica, Roma-Bari, Laterza, 2000.
