Se si guarda dal lato della semiotica, l’etnosemiotica appare come un movimento interno alla disciplina, una trasformazione del suo stesso campo di applicazione. Francesco Marsciani insiste su questo punto: non si tratta di importare oggetti dall’esterno, ma di ridefinire il modo in cui la semiotica costruisce i propri oggetti.
Negli ultimi decenni, la semiotica ha progressivamente esteso il proprio sguardo verso ambiti sempre più ampi dell’esperienza: oggetti, pratiche, corpo, forme di vita. Questa tendenza è stata spesso descritta come una “uscita dal testo”. Tuttavia, tale espressione rischia di essere fuorviante, come se il testo fosse una regione delimitata del mondo, accanto ad altre regioni non testuali.
Marsciani osserva che questa distinzione non regge. Non esistono oggetti che siano testi e oggetti che non lo siano. La questione non è riconoscere i testi nel mondo, ma costruire oggetti come testi, ovunque sia possibile proiettare strutture di senso.
In questo senso, il riferimento a una definizione hjelmsleviana di testo diventa fondamentale: testo è qualunque oggetto “in quanto suscettibile di essere analizzato”. Ciò implica uno spostamento radicale. Non si tratta di individuare entità già dotate di natura testuale, ma di assumere la responsabilità della testualizzazione.
Marsciani lo formula in questo modo: “Essendo tutto testualizzato senza sosta e ovunque, il compito che dovremo assumerci consisterà nel testualizzare a nostra volta, ma in maniera teoricamente controllata” . La testualizzazione quotidiana, diffusa e ingenua, deve essere esplicitata e trasformata in una pratica scientifica.
In questa prospettiva, ogni oggetto del mondo appare come un nodo potenziale di significazione. “Là fuori, ogni cosa è un nodo di significazione”, e proprio perché lo è solo potenzialmente, perché può sempre esserlo, lo è effettivamente. La significazione non è una proprietà aggiuntiva, ma una condizione che attraversa ogni esperienza.
L’etnosemiotica prende forma precisamente nel momento in cui la semiotica assume fino in fondo questa conseguenza. Essa si affianca programmaticamente a quella che Marsciani chiama la “questione geertziana”: interpretare interpretazioni. Anche il lavoro del semiologo consiste nel produrre testi su testi, nel riformulare descrittivamente un mondo che è già sempre stato interpretato da altri attori.
L’oggetto dell’analisi non è dunque un dato immediato, ma una configurazione già significativa, che viene nuovamente testualizzata nelle forme della descrizione scientifica. Il lavoro semiotico non si sovrappone a una realtà neutra, ma interviene su un campo già strutturato da pratiche interpretative.
In questo senso, l’etnosemiotica non coincide con un semplice ampliamento empirico della semiotica. Non è il passaggio dai testi letterari ai fenomeni culturali, né l’estensione a nuovi domini. È piuttosto una ridefinizione del gesto stesso dell’analisi: costruire oggetti come testi, sapendo che tali oggetti sono già il risultato di altre operazioni di senso.
Il rapporto tra semiotica ed etnosemiotica non è allora quello tra una teoria e una sua applicazione a un campo specifico. L’etnosemiotica emerge come una modalità riflessiva della semiotica, in cui la testualizzazione viene riconosciuta come operazione costitutiva e controllata.
Interpretare interpretazioni significa assumere che il mondo dell’esperienza non è mai dato in forma immediata, ma sempre già articolato. L’analisi non scopre strutture preesistenti: le esplicita, le riformula, le mette in forma.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, «Etnosemiotica : bozza di un manifesto», Actes Sémiotiques, n° 123, 2020.
