Claudio Paolucci propone una ricostruzione della semiotica a partire da una constatazione ironica e spiazzante: l’immagine “maggiore” della semiotica si regge su tre testi “problematici”. Il Corso di linguistica generale non fu scritto da Saussure. I Collected Papers di Peirce raccolgono solo una parte della sua opera e ne riorganizzano arbitrariamente i contenuti. I Prolegomena to a Theory of Language di Hjelmslev, infine, non erano che l’introduzione a un’opera più vasta, mai pubblicata in forma definitiva. A partire da questi tre classici incerti e postumi si è costruita l’intera disciplina.
Oggi, osserva Paolucci, abbiamo finalmente a disposizione versioni più affidabili e complete: gli Scritti inediti di linguistica generale di Saussure, il Résumé of a Theory of Language di Hjelmslev, i New Elements of Mathematics e i Writings di Peirce. È proprio da qui che prende avvio una rilettura “minore” dei tre grandi autori “maggiori”, capace di proporre un’immagine della semiotica diversa da quella standard.
Ma l’operazione interpretativa solleva una prima questione teorica: qual è lo statuto possibile di una rilettura storica in ambito semiotico? La semiotica ha, sì, una storia millenaria, ma secondo Umberto Eco essa si presenta innanzitutto come una “storia di un ostracismo, di una rimozione, di una cancellazione silenziosa”. I manuali di filosofia, afferma Eco, cancellano e rimuovono le semiotiche, occultandole in un limbo da cui occorre farle riaffiorare.
Paolucci riprende questa tesi, ma ne rilancia la portata: la possibilità stessa di vedere oggi certi problemi come semiotici deriva da un evento fondativo, ossia dalla doppia fondazione della semiotica, peirciana e saussuriana. Senza tale fondazione, i problemi del passato non erano “problemi semiotici”, ma solo problemi sul segno, sul linguaggio, sul significato.
Attraverso un esempio efficace, Paolucci paragona questa trasformazione a una svolta geopolitica: così come l’Estonia, pur esistendo geograficamente, è divenuta visibile solo una volta fondata come stato indipendente, allo stesso modo certi oggetti teorici sono divenuti leggibili come semiotici solo dopo la fondazione disciplinare della semiotica. È questo passaggio a rendere visibili i problemi che prima erano illeggibili.
Il caso di Locke è emblematico. Come ricorda Eco, l’autore stesso dichiarava che la conoscenza umana si riduce a fisica, etica e semiotica. Tuttavia, osserva Jean-Jacques Rastier, Locke concepisce i segni come semplici strumenti della mente, reiterando la tripartizione stoica, in cui la semiotica è poco più che un nome per designare una logica centrata sui segni.
Per questa ragione, sostiene Paolucci, occorre estrema prudenza in ogni impresa storiografica. Non si trovano problemi semiotici nel passato se non si sa cercarli. E li si sa cercare solo perché la doppia fondazione della semiotica li ha resi visibili. È questo l’effetto di una ridefinizione dei confini teorici, che fa emergere ciò che prima non poteva nemmeno essere visto.
Paolucci cita ancora Eco, laddove evocava un “terremoto metodologico” che ha reso possibile l’emersione di una cultura orientata semioticamente. E riconosce a Rastier il merito di aver insistito sulla novità del paradigma semiotico differenziale, capace per la prima volta di liberare la semiotica dalla sua dipendenza da logica, filosofia, retorica e teoria della conoscenza.
Tuttavia, questa liberazione non consiste in un’affiancamento ad altre discipline come la linguistica o l’ermeneutica, bensì in un rovesciamento: sono logica, filosofia, retorica e gnoseologia a divenire esse stesse parte integrante della semiotica.
Secondo Paolucci, è con Peirce e con lo strutturalismo che questa svolta avviene: solo da quel momento può esistere una storia della semiotica dotata di oggetti teorici specifici, e quindi leggibile. Ma è una storia che si rivela come un rimosso, come un inconscio disciplinare. Il pensiero, pur facendo sempre semiotica, ne prende coscienza solo in certi snodi evolutivi, grazie alla fondazione di problemi specificamente semiotici.
Non è mai all’origine che qualcosa mostra la propria essenza: ciò che già era, può rivelarsi come tale solo a posteriori, in un momento di trasformazione teorica. È questa consapevolezza che giustifica, per Paolucci, la necessità di rileggere “in chiave minore” i grandi autori della tradizione.
Riferimento bibliografico: Claudio Paolucci, Strutturalismo e interpretazione. Ambizioni per una semiotica “minore”, Milano, Bompiani, 2010