Nel quadro della semiotica interpretativa, la comprensione di un testo non dipende soltanto dalle informazioni esplicitamente enunciate, ma anche dall’attivazione di strutture di conoscenza condivise che permettono al lettore di colmare ciò che resta implicito. Tra queste strutture, un ruolo centrale è svolto dalle sceneggiature e dagli script, intesi come insiemi organizzati di conoscenze relative a situazioni tipiche.
Pisanty utilizza il termine script per indicare sequenze di azioni stereotipate che appartengono all’esperienza comune: andare al supermercato, entrare in un cinema, sedersi al ristorante. In questi casi, il lettore non ha bisogno che ogni passaggio venga esplicitato, perché dispone già di uno schema cognitivo che gli consente di integrare automaticamente le informazioni mancanti. Il testo può dunque limitarsi a evocare uno scenario, lasciando al destinatario il compito di completarlo.
Questi schemi funzionano grazie a ciò che viene definito default values, ossia valori presupposti che vengono attivati in assenza di indicazioni contrarie. Quando un testo menziona una situazione familiare, il lettore tende ad attribuirle automaticamente caratteristiche standard, a meno che il testo stesso non introduca elementi che ne segnalino l’eccezionalità. L’interpretazione procede quindi per economia, sfruttando conoscenze già disponibili invece di richiedere una descrizione esaustiva.
Accanto agli script legati all’esperienza quotidiana, la semiotica interpretativa riconosce anche l’esistenza di sceneggiature intertestuali. In questo caso, ciò che viene mobilitato non è una conoscenza pratica del mondo, ma una competenza culturale relativa ad altri testi. Rimandi, citazioni, allusioni funzionano solo se il lettore è in grado di riconoscerli e di collocarli all’interno di una rete di riferimenti già noti.
La competenza enciclopedica del lettore non è dunque un sapere indistinto, ma un insieme articolato di conoscenze che il testo seleziona e mette alla prova. Un testo può presupporre un’enciclopedia molto ampia o, al contrario, limitarsi a fare appello a saperi largamente condivisi. In entrambi i casi, la riuscita dell’interpretazione dipende dall’adeguatezza tra le ipotesi del testo e le risorse effettivamente disponibili al destinatario.
Quando questa adeguatezza viene meno, l’interpretazione può bloccarsi o deviare. Un riferimento intertestuale non riconosciuto, uno script culturale sconosciuto o un valore di default diverso da quello previsto dal testo possono generare incomprensioni o decodifiche aberranti. La semiotica interpretativa non considera questi esiti come anomalie marginali, ma come effetti strutturali del processo comunicativo.
Attraverso la nozione di sceneggiatura, la semiotica interpretativa mette così in luce il carattere cooperativo dell’interpretazione. Il testo non fornisce mai tutte le istruzioni necessarie: esso conta sulla competenza del lettore e sulla sua capacità di attivare schemi pertinenti. È in questo spazio di collaborazione, regolato ma non completamente determinabile, che il senso viene progressivamente costruito.
Riferimento bibliografico: Ugo Volli, Manuale di semiotica, Roma-Bari, Laterza, 2000.
