Hugo F. Alrøe osserva che la teoria semiotica consolidata si fonda in modo decisivo sul lavoro di Charles S. Peirce, in particolare sulla dottrina dei segni triadici. Questa eredità, pur essenziale, presenta un limite strutturale: l’autore ricorda che l’opera di Peirce è rimasta «unfinished» e che, nella forma in cui ci è pervenuta, risulta «too limited to work as a framework for general use». Il punto critico non riguarda l’importanza della sua intuizione, ma la capacità del modello peirceano di sostenere un impiego realmente generale.
Il problema emerge già dalla definizione stessa di segno. Alrøe mostra che Peirce formulò due definizioni diverse. La prima, dominante fino al 1903, si concentra sulla rappresentazione, attraverso la relazione “x stands for y to z”. Secondo questa prospettiva, il segno «stands to somebody for something in some respect or capacity», e il processo semiotico coincide con il modo in cui qualcosa viene trattato “as if it was something else”.
Dal 1904 in avanti, però, il baricentro della riflessione si sposta verso la mediazione, secondo la relazione “x is determined by y so as to determine z”. In questo caso, l’accento non riguarda più lo statuto rappresentativo, ma l’effetto prodotto: il segno viene compreso come ciò che è “determined by the object” e che, a sua volta, “determines the interpretant”.
Alrøe sottolinea che Peirce non riuscì a riconciliare in modo compiuto queste due linee fondamentali — rappresentazione e mediazione — e che nessuna formulazione definitiva riuscì a integrarle adeguatamente. L’assenza di questa sintesi produce una conseguenza diretta: la dottrina dei segni non offre ancora una teoria sufficientemente coerente e utilizzabile per descrivere la vasta gamma dei processi semiotici reali.
Il limite non riguarda soltanto una questione teorica interna alla filosofia del linguaggio. Alrøe fa notare che l’assenza di un modello compiuto incide sulla possibilità di applicare la semiotica ai diversi campi che studiano i processi di significazione: il comportamento di organismi unicellulari, le interazioni ecologiche, il funzionamento dei sistemi sociali e la produzione di conoscenza scientifica. Per questo afferma che «most of the world we live in cannot be understood without a workable theory of signs», e che l’attuale configurazione della dottrina peirceana non permette ancora di soddisfare questa esigenza.
Il bisogno di riformulare l’azione del segno nasce dunque da una mancanza strutturale della teoria esistente: la dottrina di Peirce, pur potenzialmente estensibile, non è stata portata a compimento in una forma capace di integrare tutte le dimensioni della semiosi. Ciò conduce Alrøe a porre la domanda che attraversa tutto il suo lavoro: «How do signs act?».
Riferimento: Hugo F. Alrøe, The six types of sign action, Semiotica, 2025.
