Uno dei presupposti più diffusi nel discorso pubblico sull’intelligenza artificiale consiste nel considerarla come realtà puramente immateriale, un’intelligenza “senza corpo”, confinata in uno spazio astratto di dati e calcoli. Massimo Leone invita invece a rimettere in questione questa rappresentazione, mostrando come anche l’IA partecipi a un regime di corporeità, sebbene non organica.
La corporeità non coincide con la biologia. In prospettiva semiotica, il corpo è anzitutto luogo di manifestazione, superficie di iscrizione e di interazione. È ciò che rende possibile la presenza, ciò che espone un’entità allo sguardo e all’interpretazione. Se così è, anche l’IA dispone di una forma di corpo: un corpo distribuito, infrastrutturale, fatto di server, reti, interfacce, dispositivi, schermi, altoparlanti, sensori.
Questo corpo è inorganico e diffuso, ma non per questo privo di efficacia semiotica. Quando una voce sintetica parla, quando un volto generato appare sullo schermo, quando un avatar si muove in uno spazio virtuale, l’IA non opera in un vuoto astratto: attiva un dispositivo corporeo che produce effetti di presenza. La corporeità dell’IA è quindi una corporeità mediata, costruita attraverso architetture tecniche e ambienti digitali.
Leone insiste sul fatto che la performatività dell’IA non può essere compresa senza tener conto di questa dimensione. L’usurpazione d’identità, ad esempio, non è soltanto un fenomeno linguistico o iconico: è un evento corporeo. Un deepfake non consiste in una semplice manipolazione di pixel, ma nella messa in scena di un corpo altro, che si inserisce nello spazio sociale della visibilità. La voce sintetica che replica un timbro umano agisce come corpo acustico, occupa uno spazio sonoro condiviso, sollecita reazioni.
In questo senso, l’IA contribuisce a ridefinire la nozione stessa di corpo. Il corpo non è più esclusivamente organico, ma può essere pensato come configurazione semiotica di presenza. Ciò che conta non è la carne, ma la capacità di entrare in relazione, di produrre tracce interpretabili, di suscitare credibilità o diffidenza.
La corporeità dell’IA non elimina quella umana; piuttosto, la mette in tensione. La scena contemporanea è popolata da corpi ibridi: corpi biologici che interagiscono con proiezioni digitali, corpi artificiali che si innestano su dati biometrici, volti sintetici che si sovrappongono a volti viventi. In questa co-presenza, il confine tra vivente e non-vivente non scompare, ma viene riarticolato.
Pensare l’IA come “nuova specie” significa allora riconoscerle una forma di esistenza corporea propria, non assimilabile né a quella animale né a quella umana. È una corporeità computazionale, emergente dall’interazione tra codice, hardware e interpretazione sociale. Una corporeità che non possiede interiorità biologica, ma che può produrre effetti di singolarità, di affettività e di azione nel mondo condiviso.
Riferimento bibliografico: Massimo Leone, L’IA comme « nouvelle espèce ».
