La storia dello strutturalismo in Unione Sovietica prende avvio da un evento che, pur non appartenendo direttamente al dibattito scientifico, ebbe conseguenze profonde sul destino delle scienze del linguaggio: l’intervento di Stalin sulla questione linguistica. Pietro Restaneo mostra come la nascita dello strutturalismo sovietico sia inseparabile dal tramonto del marrismo e dalla ridefinizione dello statuto teorico del linguaggio all’interno del marxismo ufficiale.
Per tutti gli anni Trenta e Quaranta, il marrismo aveva occupato una posizione egemonica nella linguistica sovietica. La dottrina di Nikolaj Marr concepiva il linguaggio come un fenomeno di sovrastruttura, direttamente determinato dalla base socioeconomica. Ne derivava una metodologia fondata quasi esclusivamente sull’analisi diacronica e genetica, la cosiddetta “analisi paleontologica”, che mirava a ricostruire l’evoluzione storica delle lingue come riflesso dei rapporti di produzione. In questo quadro, qualsiasi tentativo di descrizione sincronica e interna della lingua risultava teoricamente sospetto e politicamente pericoloso.
Secondo Restaneo, questo assetto costituì per decenni il principale ostacolo allo sviluppo di un approccio strutturale al linguaggio in URSS. La linguistica non poteva rivendicare una propria autonomia metodologica, poiché era rigidamente subordinata alla filosofia marxista-leninista e alle sue categorie causali. Il linguaggio, in quanto sovrastruttura, doveva essere spiegato a partire da fattori esterni, storici e sociali, e non attraverso l’analisi delle sue strutture interne.
La svolta avvenne nel 1950, quando il giornale Pravda pubblicò una serie di articoli firmati da Stalin sul rapporto tra marxismo e linguistica. In questi testi, Stalin negava esplicitamente che il linguaggio potesse essere considerato una sovrastruttura. Egli affermava che la base economica di una società possiede una propria sovrastruttura, ma che la lingua “differisce radicalmente dalla sovrastruttura”, poiché non è il prodotto di una singola classe né di una determinata base storica, bensì “dell’intero corso della storia della società”.
Restaneo sottolinea come queste affermazioni abbiano avuto un carattere eminentemente performativo. Nel denunciare il marrismo, Stalin ne decretò di fatto la fine dell’egemonia, aprendo uno spazio teorico inatteso. Il linguaggio veniva sottratto alla dipendenza diretta dalla struttura economica e acquisiva uno statuto relativamente autonomo, che rendeva possibile indagarlo con metodi non esclusivamente storicistici o genetici.
Questa nuova situazione fu immediatamente colta da studiosi che avevano avuto legami diretti o indiretti con il formalismo russo, come Viktor Vinogradov e Boris Tomaševskij. Intervenendo in una conferenza del 1951 dedicata agli studi letterari alla luce degli scritti di Stalin sulla linguistica, essi poterono sostenere, seppur con grande cautela, la necessità di riconoscere la specificità del linguaggio e della letteratura, senza ridurli a semplici riflessi della base socioeconomica. Temi centrali del formalismo — la descrizione interna dell’opera, l’attenzione ai dispositivi testuali — tornarono così a essere discussi, sebbene in una cornice ideologicamente rinnovata.
La vera difesa esplicita dello strutturalismo giunse poco dopo, con l’intervento di Sebastian K. Šaumjan. Nel suo saggio Il problema del fonema, pubblicato nel 1953, Šaumjan avviò un confronto diretto con le posizioni dominanti, rivendicando la legittimità di un’analisi strutturale del linguaggio. Restaneo identifica in questo testo uno dei primi momenti in cui lo strutturalismo viene presentato come un programma scientifico coerente, capace di confrontarsi con le esigenze del contesto sovietico.
Il processo di riconoscimento non fu immediato né privo di conflitti. Tuttavia, culminò in eventi istituzionali di grande rilievo, come la conferenza di Gor’kij del 1954, dedicata all’applicazione dei metodi matematici allo studio della lingua e della letteratura. Questo incontro segnò, secondo Restaneo, il “debutto” dello strutturalismo nel circuito ufficiale della ricerca sovietica. La presenza di un patrono come Kolmogorov garantì una protezione politica decisiva, permettendo a una nuova generazione di studiosi — tra cui Ivanov, Revzin, Žolkovskij e Ščeglov — di affermarsi pubblicamente.
La nascita dello strutturalismo in URSS appare dunque come il risultato di una combinazione complessa di fattori teorici e politici. Le tesi linguistiche di Stalin, pur non essendo strutturaliste, crearono le condizioni per la fine del marrismo e per il recupero di un approccio sincronico e formale al linguaggio. Su questo terreno, lo strutturalismo poté svilupparsi come alternativa scientifica, destinata a trovare nella cibernetica e, successivamente, nella semiotica, il proprio spazio di espansione.
Riferimento bibliografico: Pietro Restaneo, Dalla struttura al sistema. Lotman e la storia delle idee in URSS, Aracne, 2025.
